Italiani

Oggi pensavo al concetto stesso di “italiano”. Se per ipotesi un individuo è considerabile italiano perché è nato in Italia, mi viene da pensare che quindi prima del 1861 non esistessero italiani. E dunque già l’aver inculcato il concetto di patria nel primo decennio del ‘900 deve essere stato uno sforzo immane. D’altronde c’era un ipotetico territorio per il quale dare la vita che aveva… 50 anni? Ma chi ha combattuto per quella patria probabilmente non era nemmeno mai stato in un’altra regione, figurarsi se aveva un’idea chiara di cosa fosse l’Italia. Al fronte nemmeno si capivano tra di loro i poveri soldati, parlavano dialetti diversi. Si potrebbe pensare all’Italia solo come un’idea di confine territoriale fisico, ebbene anche qui i confini come li vediamo ora sono tali da dopo la Seconda Guerra Mondiale, dunque sono ufficialmente circa 80 anni che esiste l’Italia come la vediamo. Mio nonno potrebbe dunque non essere nato esattamente in Italia perché al tempo il confine gli passava di fianco.
Se prendo l’auto e provo a uscire dal confine italiano…non succede nulla. C’è un cartello che mi dice che ho cambiato nazione. Ma se guardo il suolo, la strada, quello che c’è intorno è tutto uguale. Ma ve lo fate un viaggio ogni tanto?
Provo a ragionare ora dal punto di vista linguistico. Almeno in Veneto una buona fetta di adulti e anziani parla raramente l’italiano. Ci provano negli uffici pubblici, quando vanno dal medico, ma la maggior parte del tempo parlano in dialetto, una lingua a sé stante. Lo stesso vale per le altre regioni anche se in misure diverse. Tramite i social mi capita anche di osservare che molti fedeli italiani sbagliano congiuntivi, verbi, non mettono assieme frasi, confondono preposizioni con verbi ausiliari ad esempio “a” con “ha” oppure nomi con verbi “anno” con “hanno”. Noto spesso anche difficoltà nell’utilizzare “c’é” spesso confuso con “ce” ecc.
La mia mente vaga e mi tornano in testa fotografie di “campagnoli” che vivevano in baraccopoli vicino alle città industriali negli anni ’50 e ’60. E mi torna in mente il Cornaro e la gente di campagna che era vista come “lo straniero” ormai 500 anni fa. Poi col tempo sono diventati i meridionali il problema. Poi col tempo gli immigrati. Aspetto con ansia che il problema siano gli alieni.

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È crollato un ponte, diamine!

Non riesco a togliermi dalla testa la signorina che qualche giorno fa “stava facendo il suo lavoro” nell’annunciare le notizie sul traffico in radio.

“[…]
Tratto Chiuso tra Bivio A10/A7 Milano-Genova e Genova Aeroporto per lesioni alle strutture.
[…]”.

Il primo pensiero è stato uno solo. Perché questa mania ormai divenuta prassi di dire le cose senza dirle davvero? Lesioni alle strutture sembra un crepetto sul ciglio della strada.. È crollato un ponte, diamine! Su case e persone! Perché questa ufficialità/formalità disumana? Non un messaggio di cordoglio, non era il “luogo adatto”? D’altra parte a chi non era in viaggio in quella zona, cosa potevano interessare alcune sillabe di condoglianza? Avrebbero occupato troppi preziosi secondi prima della pubblicità?
Ciò mi riporta a pensare a quando spesso ho osservato con occhi grandi, tutti quegli abitanti di abitazioni che si ritrovavano una strada costruita sopra la testa. Penso a chi si era comprato una casa e ha dovuto cambiarla perché proprio lì ci dovevano passare asfalto e cemento. Penso a chi aveva preso una casa con vista campagna per poi trovarsi una tangenziale che taglia dietro il bagno.

Il mio cervello vola veloce a Ilaria Alpi. Immagino che se lei fosse qui, starebbe scartabellando cose, starebbe a parlare con qualcuno per andare al nocciolo di questioni grandi, capirebbe chi ha fatto cosa. Farebbe luce sulle responsabilità. E chi lo sa, dopo il 3° ponte che cade su case, cose e persone, magari iniziare a pensare ad un’azione di massa, diversa. Invece i giornalisti che vedo sono ben posizionati per favorire l’inquadratura delle macerie e della morte e le loro facce sono fiere di andare finalmente in tv. Non mi sorprenderei nel vedere qualche sciacalla intervistare qualcuno a pezzi che ha perso pezzi di famiglia e di casa.
Mi chiedo se per fare “il proprio lavoro”, soprattutto quello di speaker e giornalista, bisogni per forza timbrare il cartellino per poi spegnere il cervello. D’altronde appena il bonifico dello stipendio entra nel proprio home banking il lavoro è finito, chi se ne frega, giusto?

Me ne resto in silenzio, in un misto di malinconia e impotenza, con la tv ben spenta. Ora si parla pure di funerali di stato per interrare i malumori e rendere tutto un grande spettacolo sadico da guardare con spazi pubblicitari pagati profumatamente. Se solo andasse deserto, se solo si potesse non dare adito a tutto ciò.
Io cercherò di evitare le autostrade per un po’, snobberò il navigatore che ti farebbe entrare in autostrada anche solo per andare al supermercato del paese.
Mi allungherò i tragitti, perderò felicemente più tempo. Dopotutto quelle strade sono nate per farlo risparmiare il tempo, ma a quale costo?

Umani A, Umani B

Arrivo sempre tardi e quando arrivo in anticipo aspetto senza problemi. Arrivo tardi anche a scrivere queste righe su un fatto che mi ha fatto pensare un bel po’. Non ricordo nemmeno tanto bene i dettagli della vicenda, ricordo di una decina di bambini dentro una grotta, rimasti imprigionati a causa dei monsoni. Tutti i media ne parlavano, tutte le bocche ne parlavano, il Mondo intero ne parlava. “Poveri bambini, chissà che paura.. alcuni dovranno imparare a nuotare, altri a trattenere il respiro e a fare immersioni”. Concordo, ma una saetta mi trafigge lo sguardo, mi capita spesso quando il mio cervello cerca di collegare cose e fatti per capire Il Perché. Che costantemente non c’é. E fa a botte con la parte di cervello che vorrebbe probabilmente dormire o osservare le nuvole in quel momento.
Perché tutto questo interesse su questo fatto che stava accadendo in Thailandia? Forse per lo spirito avventuriero della notizia? Forse perché era appetitosa con il suo mix di allenatore, giocatori di calcio piccoli, grotte ecc?
Ho anche provato a inserire su Google Maps: Partenza – Padova, Destinazione -Posizione X in Thailandia… ma non ci sono stati risultati. Perché non si può andarci in auto? Le grotte e i bambini sembravano d’improvviso così vicini a noi tramite quella voce di giornalista in radio, ma non lo erano.
A spanne peraltro vedo che ci si arriverebbe attraversando un pezzettino di Russia, il Kazakistan e la Cina.. Forse già la frontiera Russa, per quel che ricordo, potrebbe essere un problema via terra. Non lo è se si è un normale turista che và lì in aereo con bagagli e contanti sonanti. Ma questo è un altro discorso e sto divagando come al mio solito.
Tornando alla notizia faccio un salto indietro nel tempo, a provare a capire quando abbiamo iniziato a interessarci di quello che avveniva dapprima nel giardino del vicino, poi in Piazza, poi in città, poi nella città straniera, poi nel mondo. Forse la curiosità di base ma anche la creazione della notizia e la sua divulgazione. Perché ci dovrebbero interessare questi ragazzini in Thailandia piuttosto che quelli del Mali che nascono al buio talvolta senza nemmeno l’acqua per essere lavati? Come sono stati programmati questi nostri cervelli per catalogare anche i bambini in esseri di serie A e serie B dando peso mediatico agli uni anziché agli altri?
Perché qualche tempo fa ero a Padova e nel vedere una bambina di origini africane raccogliere un pezzo di caramella da Terra e rimetterlo in bocca ho avuto un sussulto? E subito dopo ho guardato storto la madre che conversava imperterrita con qualcuno?
Quante volte ho raccolto io stessa cibo da terra da bambina per riportarlo in bocca? E perché il mio cervello non l’ha pensata soltanto come una bambina ma ha dovuto fare ricorso a etichette e giri di parole per non sembrare X o dire Y.
I bambini della grotta in Thailandia sono salvi ora, quelli in Mali forse no. O forse sì, chi può saperlo. Non conosco nessuno di quelli Thailandesi e mancomeno quelli del Mali. Poi scopro che ci sono bambini abbandonati e malati anche a pochi metri da casa, e allora il cerchio si fa più ampio e non si chiude.
Resto con i miei dubbi e cerco di smetterla di etichettare qualunque cosa provando a de-programmare il cervello togliendo pregiudizi, provando a ragionare. Forse dovrei ascoltare solo la parte di cervello che mi chiede di osservare le nuvole, o dormire.

Il Ciclo dell’Acqua

Alle scuole elementari ci insegnano il ciclo dell’acqua. Piove o nevica, le gocce o i fiocchi di neve cadono sulla terra, entrano nelle viscere e finiscono nei fiumi che corrono corrono corrono, raccolgono sassi, rami, foglie , vedono paesaggi e vedono gente tuffarsi (e qualcuno non torna a riva). Poi, l’acqua, lì al mare, evapora.

Ma và a formare nuvole che volano alte, di tutte le forme, a volte grigie, a volte bianche a volte rosa. Che poi diventano gocce e fiocchi. Dietro comunque c’è il Sole a dare un senso a tutto, e sotto al tutto c’è il tempo.

Quando una persona piange il principio è più o meno lo stesso. Cadono gocce che scivolano giù dagli occhi, ci si rispecchiano dentro fatti, cose e persone come rami secchi che intralciano il naturale scorrere delle cose o come piante robuste in mezzo al letto dove ci si può attaccare e salvarsi. Le lacrime scendono giù e poi vengono asciugate da un bavero o da una manica o vengono assorbite dalla pelle.. o addirittura evaporano per cadere poi sotto forma di pioggia su altri volti e su altre pelli. A volte finiscono dentro alla bocca e aiutano a dire cose che la lingua da sola mai avrebbe osato urlare.

L’acqua di un fiume, quando la guardi, ti deride. Perché sa che la tua vita al cospetto del suo ciclo costante è uno sputo. Rispetto alla sua nascita e al suo scorrere tu sei uno sputo.  Le tue cose, le tue paranoie di fronte alla sua grandezza sono un nulla. Però l’acqua sa mantenere i segreti… Chi si deve raccontare cose, sta vicino a un corso d’acqua cosicché nessuno possa origliare. Ah, l’acqua.. è banale pensare che sia immensa solo perché con la determinazione di una goccia, può forare la roccia.

L’acqua spegne il fuoco, nasciamo in acqua, il nostro corpo è per la maggior parte acqua, senz’acqua non si vive. L’acqua riempie i polmoni  e poi da sottoterra com’é bello sentire il suo tichettìo.

THE CYCLE OF WATER

At the elementary school we learn the water cycle. It rains or snows and the drops and the snowflakes fall on the earth, entering into the Earth’s bowels and end up in rivers. They run run run, collect stones, branches, leaves, see landscapes, people that dive and others that won’t get back to shore. Then, the water at the sea evaporates.

But the water becomes high clouds of all shapes, sometimes gray, sometimes white sometimes pink. And they will become again drops and flakes. Behind the Sun, however, makes the sense of everything, and everything is under the time.

When a person cries, the principle is more or less the same. In a falling tear you can see reflected events, things and people similar to those dry branches that obstruct the natural flow of things or robust plants in the middle of the river bed. Thanks to them you can decide to attach and save yourself. Tears flow down and then they are dried by a collar or a sleeve or they are absorbed by the skin .. or even evaporate then fall as rain on other faces and other skins. Sometimes they end in the mouth and helps to say things that the tongue alone would never have dared to shout.

When you watch carefully the water of a river, it mocks you. Because it knows that your life is a spit confront to its constant cycle. Compared to its birth and its flow you are a spit. Your things, your paranoia in front of its greatness are nothing. But water can keep secrets … If somebody has to tell secrets, he has to do it close to water so that no one can eavesdrop. Ah, the water .. it is trivial to think that it’s great just because with the determination of a drop, it can pierce the rock.

The water puts out fire, we are born in water, our body is mostly water, you can not live without water. The water fills the lungs and then from the underground it is nice to hear its ticking.

Il Pozzo Nero

Arrivata in fondo al pozzo puoi decidere di spezzarti le unghie e sfasciarti piedi e ginocchia per risalire le pareti umide e viscide.
Oppure sederti.
Qui sotto l’acqua é stagnante e puzza ma rispetto alla frenesia degli uomini che c’é la fuori e il loro odore di carne morta, questo é il paradiso. Sono caduta qui dentro non perché mi ci hanno spinto, ma per esplorare il nero che si vedeva dal di fuori.. E così ci son finita dentro. É paradossale invece quanto bianco e celeste si vede da quaggiù. I primi giorni é dura ma ci si abitua..
Qualunque parola anche se pronunciata a bassa voce ha il suo eco e la puoi riascoltare. Vale la pena dire cose belle che ti ritornino indietro quindi. Vale anche per i pensieri.
Ci si dimentica della propria routine alzataccia-colazione-tragitto-lavoro-cibo-lavoro-palestra-bere-dormire. Quello che si vede sono pareti nere, oleose, ragnatele e ragni. Meglio di tante facce che si vedono in tram la mattina o di certi ceffi buoni solo a finire lo stipendio in bicchieri colmi di bevande alla cocciniglia. Non mi annoio qui. Penso molto a come stavo fuori ma non vedo differenze. Non ero invischiata in lavoro, dieta, gossip e moda pertanto star qui non mi pesa.. Non esistevo prima per la società, ora meno che meno. Ieri due poliziotti hanno urlato il mio nome Cloe cloe cloe cloe.. Io non ho risposto, posso essere al mondo ma non esistere, non avere un nome e non essere nessuno, vi immaginate? Per la maggior parte della gente questo significa non avere uno scopo per cui vivere. Per me non avere più identità é un regalo troppo grande.

Nelle fessure dei mattoni nascondo i miei appunti così chi ricadrà qui per guardare da vicino il nero potrà trovare conforto in se stesso come io l’ho trovato in me.

“cala, cala.. Ok ci sono.. Donna, sui 25anni.. é morta, in avanzato stato di decomposizione.. c’é della roba scritta, sembra un diario”..

 

A DARK HAPPYNESS WELL

When you get to the bottom of the well you may want to break your nails and smash your feet and knees to climb up the damp and slippery walls.

Or sit down.

Here the water is stagnant and stinks but compared to the men’s frenzy out there and their dead flesh smell, this is heaven. I fell in here not because somebody encouraged me, but to explore the black that I could see from the outside .. That’s why I’m here now. It is rather paradoxical how white and blue can be seen from here. The first few days it was hard but you get used to.

Any word you pronounce, even in a low voice, has its echo and you can listen to it. So it is worth mention good things because they’ll return you back then. That’s the same for the thoughts.

Here you can forget the routine wake badly up-have breakfast-go to work-get food-go to work-go to the gym- have some drinks-go to sleep. What you see are black, oily, with cobwebs and spiders walls. Better than many faces you can see on the morning tram or jerks able just to end up their salary into glasses full of cochineal drinks. I do not get bored here. I think a lot about how I was out but I do not see differences. I wasn’t caught up in work, diet, gossip and fashion so I do not mind being here .. I did not exist prior to society, now less than ever. Yesterday, two policemen shouted my name: “Cloe cloe cloe cloe!!” .. I did not answer, I can be in the world but at the same time I don’t exist,  I don’t have a name anymore, and I’m nobody. For most people this means not to have a purpose to live for. For me, not to have an identity anymore is the biggest gift.

In the cracks of those bricks, I’m going to hide my notes, so who will fall here to look closely at the dark, he will find comfort in himself as I have found in me.

 

Il Fascino dei Nodi

A casa mia c’è una vecchia “barchessa” dove una volta c’erano le mucche e le galline e si tenevano gli attrezzi per lavorare i campi. Sotto un pezzo di tettuccio c’è la legna messa bene in fila, ci sono pezzetti di ramo gli uni sopra agli altri fino a formare una piramide stabile. I pezzi più in alto sembrano fieri della loro posizione, al cospetto di chi sta sotto e deve sopportare molta più pressione. E’ importante che non ci siano pezzi imperfetti  che farebbero in modo che tutta la struttura crolli.  Proprio a fianco di questi pezzi simmetrici, della stessa lunghezza e quasi dello stesso colore, in disparte, ci sono altri pezzi di ramo, grossi, pieni di nodi. Chiedo a mia sorella se sa perché sono lì. “I pezzi con i nodi, nella stufa esplodono”.

I pezzi con i nodi esplodono quando vengono bruciati per il nostro calore sicuro dentro le mura di casa. I pezzi con i nodi si sono ribellati alla naturale crescita dell’albero. Sono rami che restano attaccati all’albero ma in realtà sono morti.

Non è forse il disegno di qualcosa che conosciamo bene?

Nasciamo e cerchiamo sin da subito di uniformarci agli altri per tenere la piramide bella in piedi. Ma c’è chi non ci sta e cerca di crescere a suo modo, talvolta facendo crollare qualche pezzetto di struttura. Ma subito verrà rimpiazzato, verrà raddrizzato..  da qualcuno più.. perfetto.  Allo stesso tempo c’è chi muore dentro, ma resta attaccato alle cose distaccatamente. Ed è li che si formano i nodi, che come cappi ti possono tenere stretto a ciò che ami e al contempo farti morire per ciò che odi. O il contrario, perché no. Fatto sta che i pezzi  imperfetti e quelli morti dentro non sono nella piramide e non finiranno nella stufa di nessuno.

Mentre i pezzi perfetti guarderanno dall’alto in basso, i pezzi con i nodi resteranno appoggiati ad un muro ad asciugarsi, scrutando il Sole che si alza all’alba e scende al tramonto. E passeranno le notti a raccontarsi storie sotto alle stelle.
Sono sicura di averi appena sentiti bisbigliare, sono sicura che siano vivi… E mi chiedo, chi tra questi rami è il più felice? Quelli là sopra o quelli quaggiù?

THE CHARM OF THE NODES

In my house there is an old “barn” where once there were cows and chickens and some agriculture tools. Under the roof there are many pieces of wood put well in rows, there are some branches one above the other to form a stable pyramid. The higher pieces seem proud of their position in the face of those who are below and must withstand a lot more pressure. It’s important not to put imperfect pieces because the whole structure would collapse. Right next to these symmetrical pieces of the same length and almost the same color, one side, there are other pieces of wood, big, full of knots. I ask my sister if she knows why they are there. “The pieces with knots explode in the stove”.

The pieces with knots explode when they are burned to heat our safe rooms within the walls of the house. The pieces with the nodes have rebelled against the natural growth of the tree. They are branches that remain attached to the tree but they are dead.

This is the design of something we know pretty well, isn’t it?

We are born and we try right from the first minute to conform to the others and to keep the pyramid in a good standing. But there are others who try to grow in their own way, sometimes bringing down a part  of the structure. But soon they will be replaced by someone more .. perfect. At the same time there are those who die inside, but remains attached to the things in a detached way. And that’s the moment in wich the nodes grow, and the slipknot helps you to stick to what you love and at the same time to die for what you hate. Or the opposite, why not. The fact is that the imperfect pieces and those who are dead inside won’t fit in the pyramid and will not end up in the stove to anyone.

While the perfect pieces look down on them, the pieces with knots remain leaning against a wall to dry, watching the sun rising at dawn and setting at sunset. They will spend the night telling stories under the stars.

And one day someone came across that place, to photograph them, admire them and ask then, who among them is happier?

La Gallina Bianca

La gallina bianca di mio nonno è la prima a correre fuori dal pollaio quando il cancello si apre. Corre più veloce delle altre e si allontana dal gruppo in fretta. Mentre le altre chiacchierano in gruppo e cercano le attenzioni del gallo, lei se ne sta al di là del fossato, dopo le vigne, vicino al campo di grano. Da lì ha uno scorcio di cielo migliore e può vedere l’orizzonte e talvolta il tramonto. Le altre galline si accontentano di stare un po’ fuori dal pollaio, a prendere un po’ d’aria.. a credere di essere un po’ libere. Vorrebbero allontanarsi un po’. Ma la sicurezza del pollaio è pur sempre una garanzia quindi rimangono sempre comode comode per rientrare da quel cancello. A tarda sera mio nonno chiama le galline e le invita a rientrare al loro posto. “1, 2, 3, 4, 5, 6, 7…. 7? Ne manca una. E’ sempre la stessa, quella bianca, è sempre l’ultima a tornare.
“Guarda, vedi quel puntino bianco lì in fondo? E’ lei. Le lascio aperto il cancelletto, chissà che si sbrighi a tornare”.

Appena è rientrata mi sono avvicinata a lei e ci siamo guardate per un po’. Sappiamo entrambe cosa si prova a oltrepassare il cancello, abbandonare la sicurezza dei luoghi e delle persone. Sappiamo entrambe cosa si prova a pensare di scappare via e prendersi la libertà. E chi lo sa cara, magari prima poi ci riusciremo.

WHITE HEN

My grandfather’s white hen is the very first one to get out from the hen-house when the gate opens. It runs faster than all the others and it gets away from the group easily. While all the other hens chat and try to catch grouse’s attention it stays beyond the moat, after the behind the vineyard, close to the wheat field. From that point of view it can see the sky better and the sunset sometimes. The others hens are content to stay out from the house a bit, to breathe a bit of air.. to try to believe to be a bit free. They’d like to get away a bit. But the hen-house is too safe and it’s always a guarantee. So they stay very close to get back inside. “1,2,3,4,5,6,7…7? One is missing. It’s always the white one, it’s always the last one to get in. Look at that little white poit. It’s the white hen. I’m gonna keep the fate open, I hope she is gonna hurry and come back”.
As soon as the hen got back I got to her and we watched each other for a while. We both know what we feel when we pass the gate, when we leave the safety of well-known places and people. We know how it feels to think for a while to get away and take the freedom. And who knows my dear hen, maybe someday we’ll do it.

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Cadere dal Nido

Pubblicato su LAHAR MAG: http://www.laharmagazine.com/cadere-dal-nido/

Anni fa in primavera ho osservato un merlo nero piccolissimo cadere dal proprio nido. Era in un punto irraggiungibile per poterlo aiutare. Poi notai che la madre era a pochi metri da me e lo stava controllando, e mi guardava come per dirmi di non muovermi. La natura ha così tanto da insegnarci. Cadere dal nido significa aver fatto quel salto nel vuoto che ti permette di esplorare ciò che fino a un attimo prima guardavi con vertigine.

Anni fa in autunno ho osservato i miei cuginetti muovere i primi passi. Dal gattonare simile a normali cani, hanno iniziato ad alzarsi a costo di aver le gambe che tremano e a costo di cadere su sassi appuntiti.

Al contempo una mia cara amica non esce più di casa da vent’anni. Non accetta nemmeno più le mie visite e la immagino spesso piena di polvere come certe bomboniere che ti regalano ai matrimoni.

Credo sia una questione di esplorazione. Un merlo che esce dal nido vuole cavarsela da solo, vuole vedere oltre, vuole volare. Così come un bambino stanco dei 3 mq nei quali vive, si alza e cammina per raggiungere da sé i propri obiettivi.

La mia amica crede di aver visto tutto. E’ cresciuta, ha lasciato la casa dei genitori presto denigrando le proprie radici, ha frequentato i peggiori benvestiti che potesse trovare, scortesi, volgari ma con una cravatta sempre ben annodata al collo. Ha vissuto a Parigi, a Londra, si è vestita nelle migliori boutique europee. Ha basato la sua vita sugli altri senza mai tenere salde le redini delle amicizie e delle passioni. Cosicché, presto, la solitudine se l’è mangiata viva e il suo corpo ora giace di fronte alla tv. Me l’immagino spesso illuminata a intermittenza tutta la mattina, tutto il pomeriggio e tutta la notte da show televisivi spazzatura, a rimirare trucchi, abiti e scarpe una volta suoi.

Credo sia una questione anche d’orizzonti che per lei sono sempre stati troppo miseri. Una vita agiata da mantenuta era sempre stato il suo scopo principale. Per quanto le raccontassi di come funziona il mercato che si inghiotte tipe come lei, il suo unico pensiero era una borsa nuova. I suoi orizzonti, quando oltrepassati, non le permettevano mai di volare o di stare in piedi da sola, ma solo di avere un nuovo desiderio da colmare. Non so per quanto tempo le ho spiegato che una stessa crema con un tubetto di colore diverso per il giorno e per la notte era inutile perché il contenuto era esattamente lo stesso. Ma valeva per tutto ciò che per lei valeva.

Il tempo può essere un nanosecondo come un anno come cento. E mentre ripenso al merlo che avrà lottato contro vento e pioggia per andare a sfamare i propri figli e ai miei cugini che nel frattempo hanno imparato a leggere, ripenso a lei fondersi con il proprio divano con il rossetto perfettamente messo e una vestaglia piena di piume.

Forse il prossimo passo per l’uomo è essere un individuo che scelga di alzarsi e buttarsi nella ragnatela della propria mente e di agire al netto di cliché sociali di qualsiasi tipo, per vedere meglio e oltre l’orizzonte… ma è interna a noi la sola, unica e vera linea da oltrepassare.

FALLING FROM THE NEST

It was years ago, at spring time I was observing a small blackbird falling from its nest. It was impossibile for me to help it from my position. Then I noticed that its mother was a few feet from me and it was controlling, and it looked at me as if to tell me not to move. Nature has so much to teach us. Falling from the nest means making that leap of faith that allows you to explore what was until a moment before just a vertigo.

Years ago, fall time I was watching my cousins ​​get started. From crawling like normal dogs,

they began to rise not caring about their trembling legs and sharp stones when falling.

At the same time a good friend of mine has been locked in her house for 20 years. She doesn’t accept my visits, too. I imagine her full of dust like those wedding favors given at weddings in the past.

I think it’s a matter of exploration. A blackbird coming out of the nest wants to stick up for itself, it wants to see more, it wants to fly. As a child tired of the 3 square meters in which he lives gets up and walks to reach his goals for himself.

My friend thinks she has seen it all. She grew up, she left his parents’ home soon denigrating his roots, she attended the worst well-dressed, rude, vulgar guys she could find but always with a well-knotted tie. She lived in Paris, London, and get dressed in the best boutiques in Europe. She based her life on others without ever having hold the reins in  friendships and passions. So, soon, if the loneliness ate her and her body now lies in front of the TV. I imagine her intermittently illuminated all mornings, all afternoons and all nights by trash TV shows, to gaze tricks, clothes and shoes that belonged her once.

I think it’s also a question of horizons, and she definitely had poor goals. A comfortable life and being maintained were her main purposes. While I told her about market rules that swallows chicks like her, her only thought was a new purse. Her fake horizons, when passed, they didn’t allow her to fly or to stand, but only to have a new desire to be filled. I do not know how long I explained that the same tube of cream with a different colour for the day and the night was useless because the content was exactly the same. But it was about all her world.

The time can be a nanosecond as a year as a hundred years. As I recall the blackbird that has struggled against the wind and rain to go to feed their children and my cousins ​​that have meanwhile learned to read, I remember her blended on a sofa with a perfect lipstick and a robe full of feathers.

Perhaps the next step for men is an individual who chooses to get up and jump in the web of his own mind and act with no social clichés of any kind, to see better and beyond the horizon … but it is internal to us the true line to surmount.

Gli atleti della quotidianità

Gli atleti della quotidianità sono pronti ai blocchi di partenza, con le loro pantofole. Hanno pigiami colorati, qualcuno è in mutande, qualcuno ha una tuta da ginnastica vecchia che usava forse alle Superiori. Qualcuno, nonostante l’età, ha un peluche o un pezzettino di stoffa in mano, altrimenti, non riescirebbe a dormire. Ognuno ha qualcosa di cui lamentarsi fin da subito e il vanto principale è quello di saper correre più veloce degli altri. Io lavoro 10 ore al giorno! Io 11!

3,2,1…

E via, a correre verso le proprie scatole in vetro e lamiera, lungo fiumi di asfalto e cemento, per arrivare in una piccola cella con sedie e scrivanie o in stanze buie con carrelli e chiavi inglesi a fare non si sa bene cosa, perché e per chi. Ma a fare, perché il regolamento della corsa dice così. Io ho ricevuto 25 mail sul cellulare finora! Io 30! Che fatica questa gara! E via di corsa di nuovo sull’asfalto, per la seconda specialità della gara, cercare del cibo. Qui si sfidano i nostri sportivi, a trovare il cancro più veloce da ingoiare al miglior prezzo! E via di nuovo verso le celle e le stanze buie. Un ribelle si accosta ad un atleta durante la corsa…hey, perché non smettiamo di correre? Non ne capisco il motivo. Sssht tu corri e basta, così ci han detto di fare! E che succede se smettiamo? Sssht che ti sentono, ci hanno detto di correre e noi corriamo! Ma non ha senso! Così rimarrai indietro nella corsa. Ma cosa me ne frega, ma tu, tu perché corri? Perché devo pagare tutti i miei debiti! Perché hai debiti? Non lo so! Ciò che hai comprato ti serviva davvero? No! E allora perché l’hai comprato? Non lo so! E la corsa continua e continua per tutti alternata a frasi fatte, cose inutili dette che rompono il silenzio di altri, che rompono la già precaria instabilità psicologica. Io sono malato ma non posso fermarmi durante la corsa, quindi corro anche se non sto bene, si sa mai che possa arrivare…arrivare dove? Non lo so! Chi stai inseguendo? Non lo so! Qual è il tuo scopo nella vita, perché corri? Voglio essere felice! E che significa per te essere felice? Essere ricco! E cosa significa essere ricco? Avere tante cose belle! Queste cose belle ti servono davvero? No! E allora perché stai correndo?????!!!!

E via si continua ad andare, c’è chi lungo la strada vede gli atleti e comincia a seguirli, si sa mai che si arrivi in un posto interessante. E via si diventa parte della gara e si corre, corre e corre fino a sera per andare a dormire e risvegliarsi di nuovo in pantofole ai blocchi di partenza e 3,2,1… Via! Riparte di nuovo la super gara della quotidianità. Chi è dietro ha troppa gente davanti e non riesce a vedere bene il baratro verso il quale si sta andando… Quando lo capiscono è tardi perché si comincia a scivolare piano piano verso il fondo… Qualcuno a qualche centinaio di metri dalla gola capisce che succede, ma la mandria dietro continua a spingere e non riesce a fermarsi in tempo o a cambiare direzione per scappare. Chi ci prova in ogni caso viene fermato dagli altri atleti che, passata una vita a correre per nulla, non vogliono che gli altri non facciano la loro stessa vita.

La cosa divertente è che a questa gara stai partecipando anche tu, stiamo partecipando anche noi. Sistemati bene il numero prima di partire.

3, 2, 1…Via!